Auguri professore

auguri_pAuguri professore: Riccardo Milani

Auguri professore (1997) è stato girato sull’onda del successo di La Scuola di Luchetti traendo il soggetto, anche questa volta, da un libro di Domenico Starnone (Solo se interrogati). Il protagonista è ancora una volta Silvio Orlando nella parte di un professore di lettere di un liceo romano di periferia. Secondo me il film è più ricco e interessante del precedente ma, forse per quello, ha avuto minore successo. Meriterebbe di essere visto dai docenti di scuola media superiore, soprattutto da quelli che si sentono un po’ stanchi, perché parla di loro.

Le due immagini che ho messo nella locandina parlano di un sogno (all’inizio del film) e della sua realizzazione (alla fine): una cassetta di legno in cui gli studenti mettano le loro domande, con dei buchi sui lati per farle respirare. La scuola o è fare e farsi domande o non è.

Ha scritto il regista I professori non sono tutti uguali: ci sono quelli che, per nostra fortuna, si scordano facilmente e quelli che ci cambiano la vita. Il professor Lipari insegna da una ventina d’anni. Ha iniziato in un paesino di montagna con gli entusiasmi e le spigolosità di un giovane docente della fine degli anni 70. Appena arrivato in classe fa spostare fisicamente in punti diversi dell’aula gli alunni, a seconda della classe sociale di provenienza e si scontra con Luisa, la figlia del Sindaco brava, tosta e ribelle (Claudia Pandolfi). Lipari ha una 500L comperata a rate, non sa fare la doppietta e va di notte a fare le scritte con gli alunni (più case meno chiese, l’immaginazzione al potere, con due zeta perché lo studente dropout Triglia ha dei problemi con l’Italiano).

Inizia l’anno scolastico e Lipari si sente che qualcosa non funziona come al solito nel rapporto con gli alunni; per di più c’è un Preside che lo ossessiona con la consegna del piano di lavoro; arriva a scuola, come supplente di Scienze Luisa, la sua alunna prediletta degli albori. Luisa è entusiasta e comunicativa e prende il posto di Lipari nell’immaginario degli alunni. Questo elemento contribuisce alla sensazione di Lipari di essere ormai svuotato.

Nel film si alternano scene di infanzia (dalle elementari al iceo ed è una occasione per rivedere la scuola com’era) ed episodi del primo insegnamento con la quotidianità del lavoro di classe, della interazione con il Preside, con i colleghi e con i genitori.

Le parti che ho trovato molto efficaci sono:

  • la scena con il professore di Greco di Lipari studente: non è vero che i professori hanno sempre ragione
  • il rapporto con la maestra delle elementari che fa studiare la poesia i pastori (sulla transumanza), gli esercizi per imparare il silenzio, l’autodenuncia di un errore non corretto in un compito di matematica (fioccano le lodi per l’onestà ma contemporaneamente  il 9 diventa un 3); Lipari professore scoprirà nel suo liceo che i pastori la studia anche oggi la figlia di una collega (ma quanti anni ha la tua maestra 100? No ne ha 30 e viene in minigonna e con le scarpe d’argento)
  • l’eterno ritorno in ogni contesto scolastico o di docenza del tema del dolore in Leopardi e Manzoni
  • il magazzino dove si conservano i compiti in classe
  • la varia umanità dei genitori da quelli aggressivi, al compagno incazzato, all’artigiano che aiuta la figlia e poi viene a scuola per sapere, ossessivamente, come andavano i compiti
  • alcune figure di studenti dropout in Abruzzo e poi a Roma

Le domande hanno bisogno di aria. Se una domanda è di corto respiro, anche le risposte saranno di corto respiro. Qualcuno ha una domanda di largo respiro da fare?
È sua la 500 rossa parcheggiata qui sotto?
Che t’ho fatto Rinaldesi? Perché mi fai una domanda così scema?
Perché gliela stanno a ruba’!

E a un tratto mi resi conto che trasmettere abilità rende abili; trasmettere intelligenza rende intelligenti; che trasmettere speranza aumenta la speranza. Cominciai ad insegnare per questo: per togliere l’opaco dagli occhi dei miei ragazzi“.

“Cercavo di insegnar loro a parlare e scrivere bene; cioè a pensare bene e ad agire bene. Di insegnare a non girare lo sguardo di fronte alle ingiustizie e al privilegio. Volevo che nella scuola trovassero quello che io non vi avevo trovato da ragazzo” Ideali alti che si infrangono alla morte per “fallimento esistenziale” di Triglia e allo scontato successo della “figlia del sindaco”.

“Noi ce la dobbiamo fare. Io ce la faccio solo se ce la fai tu. Se ti fai bocciare, mi sento bocciato pure io. Facciamo un patto: o ci promuovono insieme, o ci bocciano insieme. Se ti bocciano, smetto anch’io di insegnare e mi metto a fare il vagabondo”


Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

– Gabriele D’Annunzio

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